giovedì 20 gennaio 2011

Verso la terra ferma

Un anno fa, lo ricordo bene, a differenza di molti miei coetanei e amici ridevo nell’immaginare il mio futuro. Sembrava che la mia vita avesse imboccato la strada giusta: un nuova avventura, crescenti responsabilità in un’azienda solida e, soprattutto, la possibilità di raggiungere subito l’Eden della generazione mille euro, ovvero l’agognato contratto a tempo indeterminato. Nel mio caso poi si trattava di qualcosa di ancora più grande: il contratto da praticante, primo passo per iniziare una vera e propria carriera da giornalista professionista. Brutto errore, perché la vita va guardata senza occhiali da sole e le giornate (tutte!) vanno affrontate stando attenti a togliere la cortina di fumo dagli occhi. Mese dopo mese, ciò che immaginavo come futuro radioso si è trasformato in un presente scricchiolante, tanto simile a un recente passato che, con gli occhi di oggi, non era poi così peggio. Tutt’altro. E allora ti aggrappi alla passione, a quel sogno nel cassetto tirato fuori integralmente, stretto nella mano e ormai impossibile da riporre al sicuro, fino a quando sei costretto a decidere: viverlo, accettando tutto quello che comporta, oppure lasciarlo andare, orientando la tua vita verso altre coordinate. Ed è proprio quando la passione non basta più che la mano si apre e libera tutto ciò che volevi diventare: cala il sipario su un capitolo della vita e tu non sei più sotto le luci del palcoscenico ma dietro, a sistemare ciò che è servito per mettere in scena lo spettacolo, come il più umile della compagnia. Ho creduto di poter far diventare le mie due più grandi passioni – la pesca e la scrittura – una professione. Ci ho provato, ho seguito quello che per me è stato un vero maestro oltre che un grande amico (caro Giulio, prima o poi la fortuna girerà…), ho lottato fino all’ultima stilla di passione, ma ora bisogna pensare al sodo per poter riaprire senza paura il cassetto dei sogni e tirare fuori i veri pezzi da novanta: un’auto tutta mia, una casa e soprattutto una famiglia. Non la chiamerei resa; piuttosto, la prima fiduciosa bracciata verso la terra ferma.

giovedì 2 dicembre 2010

I ♥ NY


Dietro il nome "Thundercut" si nasconde un duo che ha fatto dell'ambiente urbano lo spazio entro cui creare, mostrare e diffondere la propria arte. A rendere famoso nell'ambito della street art questo combo di Brooklyn sono stati soprattutto i fantasiosi adesivi (stickers) applicati, ovviamente in modo abusivo, ai semafori della Grande Mela. Perché parlarne in un blog di pesca? Guarda la foto qui sopra, scattata a Chinatown: questo walker – si chiamano così gli omini creati con gli adesivi – è proprio un pescatore! Lo ammetto, è un po' come il black bass appeso alla parete e vestito da Babbo Natale che canta ogni volta che fai rumore, ma se sei un geek della pesca non puoi non apprezzare questa chicca...

Per saperne di più: Thundercut.com Clicca sul quadrato rosa e poi entra nella sezione "Outside Art": da lì poi si accede alla sezione "walkers".

venerdì 19 novembre 2010

Il "Ghiaione"


Dovrei fare, come promesso due settimane fa, un report dettagliato dell’enduro di Viverone. Ma non ci riesco. Tolta infatti l’ottima compagnia, questa nuova esperienza sulle sponde del lago biellese può essere descritta con una sola parola, moltiplicata per tre: pioggia, pioggia, pioggia. E ancora pioggia. Nella mia “carriera” (che parolone!) ho pescato diverse volte in condizioni estreme, al limite dell’incolumità fisica: mi sono beccato temporali fortissimi, ho guadato un fiume che stava gonfiandosi a ritmi vertiginosi, ho preso trombe d’aria e bufere di vento, mi sono rotolato nel fango per tre giorni e una volta sono quasi stato inghiottito dalle sabbie mobili. Ma come insegnano i maestri di tortura, il supplizio più grande non è quello che ti fa urlare di dolore, bensì quello che ti consuma lentamente, fisicamente e psicologicamente. Un po’ come le gocce che cascano senza tregua sul cranio del condannato. Stilla dopo stilla, si forma il buco che coincide col baratro. Ora, facendo le debite proporzioni, qui stiamo parlando di qualcosa che ha molto a che fare con il supplizio della goccia. Non una, ma milioni di gocce sopra la testa (mia e di Giulio) per tre giorni interi. Vestiti zuppi, tende riaperte per una settimana in garage, boilie ammuffite da buttare via e la sensazione, mai provata prima, nemmeno a Pasqua di qualche anno fa a Pusiano dopo cinque notti di pioggia ininterrotta, del “chi me l’ha fatto fare”. Però, nel bene o nel male, stare sulle sponde ti insegna sempre qualcosa. Ecco allora che si presenta l’occasione per conoscere una postazione da sempre bistrattata ma che da qualche tempo si è trasformata in un buono spot: il famigerato “Ghiaione”.

giovedì 4 novembre 2010

[Endine 2010] Non sarà l'ultima

Da sinistra a destra, King, Il Menega, Luca, Silvio, Walter, Davide

Non sarebbe stato lecito chiedere ulteriori regali al destino. I primi raggi di sole iniziano a bussare con violenza alla porta delle nostre tende dicendoci che ci siamo fatti una bella dormita. La notte è stata serena, tranquilla, riposante, la prima senza l’assillo della cattura a tutti i costi ed è stata cullata da quel senso di appagamento difficile da spiegare a chi non sa cos’è per noi Endine – dopo tutto si tratta di due carpe “normali” – ma che è così chiaro sui nostri volti mentre sgranocchiamo due biscotti. È andata anche questa. Bene, molto bene, perché se al ritrovo si parte tutti con la sola idea di vincere, bastano pochi attimi sulle sponde per capire che gli “eletti” saranno pochi. E sarà solo il lago a decidere. Lentamente, in silenzio, ripercorriamo al contrario il percorso iniziato tre giorni fa. Le borse si riempiono di nuovo, le tende tornano nelle loro sacche e i piombi fendono per l’ultima volta l’acqua del lago magico. Anche le macchine, orribili nei giorni scorsi per quel senso di vuoto dato dalla mancanza dei sedili, riprendono vita addirittura in modo “barocco”, riempiendosi a più non posso di tutta la nostra attrezzatura. È solo nel momento in cui sento il profondo “clack” del portellone dell’auto per l’ultima volta che ritorno per qualche istante a me stesso. Guardo il Lago di Endine che sguscia pacifico tra le due montagne verdi, che a loro volta si specchiano nelle sue acque donandogli il colore che riconosci a un chilometro di distanza e che ti fa dire «Ah, è Endine!» ogni volta che vedi una foto. È finita, bisogna tornare a casa. Certo, adesso arriva il bello: la premiazione, la consegna della beneficenza (parentesi: 5.500 euro, applausi agli organizzatori!), l’estrazione dei premi della lotteria e il sempre divertente pranzo finale. Ma il saluto a lui, al lago, è qui e ora. Non può essere altrimenti. È nell’ultimo sguardo prima di ficcare la testa in macchina e tornare alla vita vera insieme con il gracchiare indistinto della radio che non prende bene il segnale. Già, la vita vera, quella che ti chiama a sé e da cui cerchi di sfuggire ogni volta che armi le canne per attendere che il buio ti abbracci e ti faccia sparire dal giudizio di ogni giorno uguale a se stesso. E allora la gioia si vela un poco, macchiata dal fastidioso pensiero che questa Maratona potrebbe essere l’ultima. «Non lo sarà»: il lago scompare dietro una curva e il clacson di un camion mi colpisce come un pugno. È ora di ributtarsi nella mischia. È ora.

mercoledì 3 novembre 2010

[Endine 2010] Wooooow: è qui la festa!


Smaltita la sbornia di adrenalina, la bella carpa di Endine scivola lenta nella sacca di pesatura in attesa dei giudici. Non c’è tempo da perdere perché là sotto ci sono altre possibili prede. Ne siamo sicuri, ora abbiamo la conferma che la canapa ha creato frenesia e che quella frenesia che vedevamo nell’ecoscandaglio sottoforma di archi era prodotta dalle carpe. Insomma, si chiude il cerchio, quell’esemplare potrebbe non essere il solo ad aver trovato il letto di canapa e ad avere piantato il muso sul fondale per nutrirsi abbondantemente dei semini neri. Mentre sistemo il materassino e sciacquo il guadino, Dani è già in barca con un omino di neve. Lo vedo allontanarsi verso il segnalino, assorbito dalla foschia. Dentro di me sono felice, per me e per lui. Abbiamo sbloccato il nostro enduro, cercando la cattura e trovandola. Pazienza se non stiamo lottando per la classifica, ci interessa relativamente in fin dei conti. Quella carpa per noi vale molto ma molto di più, con buona pace di chi non si esalta per una baffona di 8 chili tondi tondi. Sono le otto e mezza del mattino di sabato. Mi preparo la colazione e mando un messaggio alla mia Isabella: è il momento di rilassarsi perché tra poco avremo ospiti…